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LA FIDUCIA

a cura di Lidia Fassio
 

Si parla tanto di fiducia; fiducia in sé stessi, fiducia nell’altro o negli altri, nelle proprie capacità o qualità, tutte queste sono sfaccettature della parola “fiducia” che ha un significato molto più vasto ed interessante e che deriva dalla più allargata “fede”.

La prima cosa è quindi cercare di definire che cosa è la fiducia.

Si tratta di un sentimento ed appartiene, secondo la classificazione di Assagioli a quelli superiori e positivi, insieme alla felicità, alla speranza, all’appagamento all’amore, all’ottimismo e all’estasi.

Se naturalmente possiamo accedere a questi sentimenti significa che l’evoluzione, nella sua saggezza, ci ha predisposti a vivere sensazioni positive, a maggior ragione se si tratta di qualcosa di “innato” significa che hanno un preciso scopo, una funzione importante in ordine alla sopravvivenza.

 

Avere fiducia significa non “difendersi”, significa ridurre altri sentimenti quali la paura e la diffidenza; significa pensare che siamo attrezzati di tutto ciò che ci serve per affrontare la vita e il mondo.

La fiducia è l’anticamera di un altro sentimento ancora più profondo che è “l’affidamento” a qualcosa di superiore con cui siamo in relazione e che, dà prova di sé soprattutto nei momenti di difficoltà sostenendoci e dandoci la forza per superare gli ostacoli.

 

A livello astrologico parliamo di due pianeti: Giove e Nettuno, il primo può essere considerato l’anticamera dell’altro, nel senso che per potersi “affidare” è necessario avere fiducia nelle proprie capacità e risorse.

La fiducia attenua le asperità, dona al carattere una naturale tendenza a sperimentare le cose e ad adattarsi ai cambiamenti, certi che saranno portatori non solo di problemi ma anche di opportunità.

Le persone che hanno fiducia sono più rilassate, fanno una vita migliore e trovano attorno meno resistenza.

 

Guardano gli individui nell’insieme, possiamo però notare che non tutti sono dotati di fiducia e neppure vivono i sentimenti superiori come prevalenti, anzi, molti sono attestati sulla gamma detta “inferiore o negativa” che comprende la paura, il pessimismo, la tristezza, la diffidenza, l’ostilità e il risentimento, che non portano certo ad appagamento ma a situazioni di graduale e crescente disagio.

 

C’è un ramo della psicologia il cui massimo esponente è Martin Seligman che si interessa delle “emozioni positive” o meglio ancora di come si possono coltivare e, nel caso di totale mancanza, costruire le emozioni positive.

L’autore, nel suo bel  libro “la costruzione della felicità” spiega perché ha inziato questo tipo di ricerca che lo ha portato a considerazioni interessanti. Racconta che un giorno, mentre stava strappando le erbacce nel suo giardino, la figlioletta continuava a giocare e a buttarle in aria, cantando e ridendo. Questo lo faceva arrabbiare molto perché mentre lui le raccoglieva, la figlia le disperdeva, facendogli perdere un sacco di tempo.

Così lui si spazientì, la sgrido’ e lei si allontano’. Dopo un po’ di tempo la bambina tornò e gli disse: “ti ricordi che dai tre ai cinque anni fino ero una vera barba, in quanto piangevo sempre e facevo un sacco di capricci? Ebbene -  continuo’ la bambina -  quando ho compiuto cinque anni ho deciso che non l’avrei mai più fatto. E’ stato difficilissimo, però, se io sono riuscita a smettere di fare i capricci, tu potrai smetterla di essere così musone”!

 

Seligman fu letteralmente colpito dalle parole della figlia e ritenne questa affermazione assolutamente geniale; come tutte le persone intelligenti però quelle parole continuarono a girare nella sua testa fino a che  comprese di essere stato sempre musone e, come tale, portatore di atmosfere cupe che bloccavano la solarità dei suoi figli e della sua casa. Comprese in un flash che in realtà non sapeva apprezzare quasi nessuna delle grandi opportunità che la vita gli aveva messo a disposizione perché era sempre triste e  insoddisfatto e questo suo modo di essere contaminava sia il campo privato che quello professionale.

Fu in quel momento che decise di smettere di essere così e di allevare i suoi figli, non più cercando di contenere i loro limiti, ma lavorando per sviluppare le loro potenzialità.

Significava guardare attentamente dentro alla loro anima per aiutarli a modellare la loro vita su quello che la natura aveva messo loro a disposizione, senza cercare di stravolgere nulla.

Comprese anche che avere “fiducia” nelle potenzialità innate dei figli avrebbe creato in loro un nucleo di forza che sarebbe servito da baluardo contro le deblezze e le avversità che avrebbero necessariamente dovuto incontrare nella vita.

 

Questo è un punto importante per affrontare il nostro discorso; prima di poter parlare di fiducia da  concedere agli altri, è importante poter pensare con fiducia alla vita, a quella meraviglia che è la natura e la  nascita di un bambino che si affaccia al mondo con una sua incredibile dotazione, pronta ad essere espressa se solo gli viene offerta l’opportunità.

 

La fiducia è dunque qualcosa che si può anche imparare ad avere, ma principalmente si trasmette con i comportamenti e l’educazione: vedere un bambino in azione dovrebbe riempire il cuore di fiducia perché da tutte le sue cellule si può intuire che qualcosa di meraviglioso sta sbocciando; gli ottimisti in genere nascono in famiglie in cui regna una certa fiducia e, da un po’ di  tempo anche la scienza ha accettato che chi vive in un clima di positività ha anche una certa differenza costituzionale, esattamente particolare è quella di chi vive di depressione, rabbia e paura.

 

Indubbiamente, l’educazione è molto importante: infatti in un ambiente affettivo ed ottimistico, un bambino ha molte più chance di poter diventare un soggetto fiducioso in sé stesso e ad utilizzare questa potenzialità per sé anche verso gli altri.

Essere fiduciosi non vuole dire essere incoscienti ed incauti ma saper affrontare le difficoltà con uno stato d’animo diverso, con la coscienza che si posseggono delle carte da giocare senza necessariamente partire dal presupposto che non ci sarà nulla là fuori per noi.

Oggi è provato che le persone fiduciose hanno un modo di pensare creativo, generoso e tollerante e queste qualità le applicano a tutti i rami della vita e, come controprova, trovano attorno maggiore disponibilità come premio per la loro apertura nei confronti della vita.

 

Uno studio fatto in Australia ha dimostrato che felicità e fiducia sono gli ingredienti che più di tutti gli altri accrescono la probabilità di trovare un buon impiego; dallo stesso studio emerge che i bambini che sono normalmente fiduciosi e di buon umore si prefiggono obiettivi più elevati degli altri, fin da piccoli.

 

Noi conoscitori dell’astrologia non possiamo che sottoscrivere questi risultati: sappiamo infatti che la fiducia è un sentimento legato a Giove che guarda caso, è stato sempre associato a simboli quali: crescita, espansione, ottimismo, allargamento dei propri orizzonti e si riferisce a quella qualità che prende il suo nome: la “giovialità”.

Giove in un tema natale indica infatti il tasso di fiducia che abbiamo sviluppato e ci dice quanto crediamo nelle nostre possibilità e risorse. In effetti, avere “fiducia” non significa credere nell’impossibile o fantasticare  che le cose vengano dall’esterno, ma comporta la capacità di poter riconoscere le proprie qualità e risorse sapendo di poter contare su di esse in ogni circostanza.

 

Tutto ciò nasce da piccolissimi: la casa IIa è la più importante testimonianza delle nostre risorse e della capacità di aumentarle e renderle via via sempre più valide. La casa seconda è anche la case della fiducia e delle sicurezze, quella che metterà le basi per avventurarci nel mondo, certi di avere la dotazione necessaria.

La lettura congiunta di Giove e della casa IIa ci farà capire quanto ci fidiamo di noi stessi, unico presupposto per poterci fidare anche del mondo.

In effetti spesso si usa impropriamente la frase “fidarsi degli altri”, ma la fiducia è sempre un sentimento personale che deve nascere dall’interno e fornire quel senso di tranquillità che origina dal sapere che si possiede ciò di cui si ha bisogno per poter conquistare ciò che si desidera e ciò a cui si aspira.

 

L’affidamento invece si riferisce ad un passaggio successivo e tocca il delicato ambito della spiritualità; anche in questo caso spesso le persone pensano erroneamente di “affidarsi a qualcuno” e a mettere la loro vita in mani altrui, incassando poi continue delusioni e disillusioni; Nettuno, pianeta che simboleggia l’affidamento, ci dice però che ciò non è possibile perché l’affidamento riguarda sempre e solo il rapporto e la partecipazione con Dio, con l’universo e con la totalità del sé. Se questo rapporto c’è allora in qualunque momento troveremo significato e risposte e ciò ci sosterrà nel nostro viaggio; se non lo abbiamo creato, allora ci sentiremo frammentati e soli in un universo ostile e pieno di pericoli.

 

E’ importante pertanto occuparsi del proprio modo di essere e di vivere e della fiducia nelle proprie risorse; se si passa troppo tempo dentro ad emozioni negative, sarà importante cominciare a rifiutarle e a coltivare quelle positive che potranno veramente cambiare in meglio la nostra vita.





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