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BITCOIN SOLDI VERI O VIRTUALI? IL VALORE SIMBOLICO DEL DENARO

a cura di Giovanni Pelosini
 

Ormai superate le dure prove dell’Inferno e del Purgatorio, Dante Alighieri, guidato dalla sua amorevole Beatrice, è ormai giunto alle soglie dell’ottavo Cielo, quello delle stelle fisse. Ma qui San Pietro lo sottopone a un vero e proprio esame prima di farlo proseguire. Il guardiano del Paradiso chiede a Dante che cosa sia la fede: il poeta risponde con sapienza teologica, ma San Pietro ancora non è soddisfatto, e ancora chiede:   

«...Assai bene è trascorsa
d’esta moneta già la lega e ‘l peso;
ma dimmi se tu l’hai nella tua borsa».
(Paradiso,
XXIV, 83-85)

Il santo considera buona la sapienza di Dante, che paragona alla conoscenza della lega, del peso e del valore di una moneta, ma vuole sapere se tale conoscenza fa effettivamente parte del suo bagaglio, cioè se, oltre alla conoscenza teorica della moneta, egli è effettivamente padrone anche della moneta stessa e la possiede davvero nella propria borsa. Chi sta per visitare il Paradiso non ha bisogno di conoscenza e di buona dialettica, ma deve sentire di possedere davvero ciò che ha imparato studiando. In pratica, per proseguire, a Dante viene chiesto se riconosce dentro di sé (nella sua borsa) il vero senso di ciò che afferma a parole, cioè se conosce la differenza fra il “significante” e il “significato”, fra la parola e l’oggetto, fra il simbolo e la sostanza che esso rappresenta.

Al di là della complessa metafora dantesca, noi stessi, cittadini del XXI secolo, ormai abituati a moneta cartacea e virtuale, ad assegni, carte di credito e bitcoin, potremmo chiederci se davvero conosciamo la differenza fra il denaro che crediamo di possedere e il suo reale valore.

DAL BARATTO ALLA MONETA

In tempi antichissimi si faceva a meno del denaro e ogni scambio di merci e servizi avveniva grazie al semplice baratto: una veste in cambio di una pecora, una quantità di grano in cambio di un passaggio su una zattera. Le pecore erano spesso usate come merce terza di scambio accettata in molte transazioni, non a caso dal latino pecus deriva anche la parola “pecunia”, ma con il progredire dei commerci ci si rese presto conto della scarsa praticità di un tale mezzo di scambio. Spesso ci si scontrava con grosse difficoltà pratiche nel trasportare e trasferire in tempi utili gli oggetti scambiati. E la fiducia nella promessa di un pagamento posticipato non poteva restare a lungo l’unica garanzia per un venditore.
Da qui la necessità di un oggetto di valore riconosciuto, di facile trasporto e riferimento, da usare nelle transazioni: nacque così il denaro, che inizialmente consisteva in conchiglie rare, denti di cetacei o pezzi di metallo. Monete di metalli preziosi come l’oro e l’argento diventarono presto mezzi universali per vendere e acquistare qualsiasi cosa. Certamente l’oro aveva un suo valore, ma una moneta d’oro aveva anche un valore aggiunto in relazione alla sua importante funzione come strumento di scambio.

Così le monete diventarono simbolici oggetti con un potere di acquisto, ma possedevano anche un effettivo valore come oggetti di metalli considerati preziosi. I governanti vi imprimevano i loro simboli di potere e ne garantivano il peso, la lega utilizzata e quindi il valore intrinseco.

DALLA MONETA DI METALLO A QUELLA DI CARTA

Storicamente il passaggio successivo condusse alla convenzione di accettare come mezzo di scambio un documento cartaceo che garantiva il pagamento di una certa quantità di monete. L’invenzione delle lettere di credito nel Medio Evo fu una grande rivoluzione che aumentò la sicurezza, l’efficienza e la potenzialità dei traffici commerciali, mentre il sistema bancario stava preparandosi a diventare uno dei grandi poteri a livello mondiale. Essere garanti del cambio promesso dava un grande potere ed enormi guadagni, ma implicava anche un’assoluta affidabilità generante fiducia e credibilità.

Infine fu inventata la cartamoneta, ancora un simbolo di un valore non presente nel luogo della transazione: un garante credibile dichiarava per scritto su un pezzo di carta che avrebbe pagato al portatore una determinata quantità di oro o argento. In pratica una banca o un governo custodivano nei loro forzieri monete o lingotti di metallo prezioso di un valore pari a quello stampato sulle banconote messe in circolazione. Per quanto simbolico, il valore di una banconota di questo tipo corrispondeva effettivamente a una quantità certa e concreta di metallo prezioso custodita nei forzieri del garante la transazione.

IL VALORE CONVENZIONALE DEL DENARO

Fino al secolo scorso la maggior parte delle banconote erano a tutti gli effetti convertibili in oro. Ma ormai da tempo le banconote hanno cessato di avere questa corrispondenza garantita e si basano sulla pura convenzione. Sulla stessa convenzione si basa la virtualità del denaro che un risparmiatore affida in deposito a una banca e da questa è prestato a una terza persona: se questa somma di denaro fosse qualcosa di concreto potrebbe stare esclusivamente nelle mani di una singola persona, ma paradossalmente è tuttora posseduto dal risparmiatore, mentre è utilizzato dal debitore per le sue spese e con gli interessi della banca creditrice già si fanno affari.

Abbiamo mai riflettuto su questo? Ci scambiamo pezzi di carta a cui è attribuito un valore che non ha più corrispondenza con beni realmente esistenti. Il nostro sistema monetario è convenzionale e intrinsecamente inconsistente. Siamo quindi noi stessi a dare credibilità al denaro che, di per sé, non è garantito da alcuna riserva aurea.
Che succederebbe se all’improvviso qualcuno decidesse di non accettare più tali banconote negli scambi? Cosa accadrebbe se cessasse la convenzione mondiale di considerare il valore del denaro che normalmente ci scambiamo? A noi, che poco ci intendiamo di economia, ma sempre temiamo chi specula senza scrupoli sui derivati e sulla finanza, il sistema appare fragile come tante altre virtuali realtà.

BITCOIN: L’ULTIMA FRONTIERA DEL DENARO

Ed eccoci infine all’ultima evoluzione del sistema monetario del mondo globale: la moneta virtuale.
Nel 2009 è stato inventato il bitcoin, una valuta elettronica non emessa da nessun ente convenzionale, priva di meccanismi finanziari bancari, basata solo su un complesso algoritmo crittografato sul web che ne determina il valore e ne gestisce le transazioni. La quantità di bitcoin in circolazione e il loro valore sono determinati dalla piattaforma con sofisticati calcoli. Nessuna banca e nessun governo gestisce la tecnologia Bitcoin, né può interferire con essa, e questo rende una tale moneta virtuale veramente alternativa al sistema finanziario mondiale e una sfida al potere sostanzialmente monopolistico delle banche. D’altra parte il portafoglio elettronico si può conservare sotto forma digitale sul cellulare o sul personal computer: basta avere i codici e un indirizzo bitcoin per i trasferimenti.

Dopo una lunga e vertiginosa crescita con la quale alcuni investitori hanno guadagnato circa l’800% del capitale, nel dicembre 2017 il valore del bitcoin ha perso di colpo il 40% a cui è seguita una schizofrenica altalena, ponendo alcuni seri interrogativi sul futuro di questa e altre criptovalute di recente creazione. È finita l’era del denaro? Il prossimo futuro del denaro sarà un’ancora più sofisticata moneta virtuale? Si porrà mai fine al crescente squilibrio della distribuzione delle ricchezze che l’attuale sistema sta accentuando?

L’IMPERATORE NUDO

Nel futuro delle valute e dell’economia globale ci sono grandi interrogativi che lasciano perplesso il cittadino medio, già smarrito di fronte al virtuale valore del denaro che per convenzione possiede o ritiene di possedere. Il denaro è tutto virtuale allora? Tutto finto? I nostri sudati risparmi hanno in realtà il valore dei soldi del Monopoli?

Il senso profondo di tutto questo è che ciò che è virtuale fa parte della nostra vita reale quanto gli oggetti concreti che ci circondano. I simboli e i loro significanti hanno concreti significati nel quotidiano e ciò che crediamo reale per questo stesso motivo lo diventa. O, meglio, tutto ciò che riteniamo essere reale ha necessariamente delle conseguenze nella nostra vita a prescindere dalla sua stessa esistenza. Ma ciò non diminuisce l’inquietudine che ci assale quando riflettiamo attentamente su questo fatto, anzi.

Su questo argomento Andersen ci ha raccontato qualcosa nella sua fiaba I vestiti nuovi dell’Imperatore.
A un imperatore vanitoso e sciocco che amava indossare ricche vesti due truffatori vendettero a caro prezzo una “stoffa” speciale. «Maestà, possiamo tessere per voi la stoffa più bella che si possa mai immaginare: meravigliosamente leggera, brillante, colorata. Essa possiede inoltre la magica proprietà di apparire invisibile a tutti coloro che sono molto stupidi e che non meritano l’incarico che hanno».

L’Imperatore pensò che con quel tessuto avrebbe potuto avere una veste meravigliosa e nel contempo scoprire chi fra i suoi ministri e funzionari non fosse all’altezza dell’incarico, chi fosse intelligente e chi stupido. Quindi mise al telaio i truffatori affinché realizzassero il tessuto e li pagò lautamente sia per il lavoro che per la seta e l’oro necessari. Al telaio vuoto i due fecero finta di lavorare per alcuni giorni. Nel frattempo la notizia della stoffa magica si era sparsa per tutta la città e tutti desideravano sapere quanto stupidi fossero i propri vicini di casa e i propri colleghi. Quando l’Imperatore mandò un suo ministro a controllare come procedesse il lavoro, questi naturalmente non riuscì a vedere nulla, ma non osò dirlo per non fare la figura dell’incompetente, riferendo poi al sovrano che la stoffa era bellissima. Un secondo ministro fece la stessa cosa, descrivendo i colori e i disegni del tessuto così come li avevano descritti i due truffatori.
Infine l’Imperatore stesso e l’intero suo seguito finsero di essere davvero ammirati di fronte a tanto splendore.

Così i truffatori finsero di tagliare e cucire la stoffa inesistente, di preparare calzoni, giacca e un lungo mantello a strascico e infine “vestirono” personalmente l’Imperatore, dicendo che il vestito era leggero e fine come una tela di ragno, quasi impalpabile indosso.
L’Imperatore in mutande si guardò nello specchio e poi uscì per le strade in corteo.
Ma anche tutti i popolani, non volendo sembrare stupidi, si mostrarono pieni di meraviglia: «Che belli i vestiti nuovi dell’Imperatore! Come li indossa bene!»
Nessuno voleva ammettere pubblicamente di non vedere i vestiti, finché un bambino innocente a un certo punto esclamò: «L’Imperatore è nudo!» E ben presto tutti i presenti, nell’imbarazzo generale, smisero di essere ipocriti e cominciarono a sussurrare la stessa identica incontrovertibile verità: il sovrano non aveva proprio nessun vestito indosso.

Finché tutti conveniamo che un fatto inesistente davvero esista, tutto il mondo potrà comportarsi di conseguenza e la realtà virtuale sarà la nostra unica realtà. Ma arriverà mai un bambino non convenzionale a spalancarci gli occhi sul fatto che l’Imperatore è nudo? A dirci che quel denaro a cui diamo tutti tanta importanza non è altro che carta? E che dire del criptodenaro elettronico e virtuale, privo persino del minimo valore della carta da macero?





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