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DOWNSIZING. L'INATTESO POTERE DEL PICCOLO

a cura di Lorenzo Pelosini
 

La nuova pellicola di Alexander Payne arriva a Hollywood e al cinema come una folle nota stonata nel mezzo di un concerto. Non mi riferisco qui alla sua qualità, ma alla sua originalità. In altre parole, Downsizing è un film complesso che, a onor del vero, richiederebbe più di una visione prima di poter essere giudicato buono o cattivo sulla base di contenuto, forma e ritmo narrativo. Ma quello che si può dire per certo fin dalla prima visione è che questo è un film inaspettato, uno schiaffo nel pieno della fase rem o un più proverbiale fulmine a ciel sereno, che lascia lo spettatore pieno di domande complesse e col bruciante desiderio di darvi risposta.

Parliamo subito dell’aspetto più ovvio: la trama (allerta spoiler!) è un susseguirsi di svolte inattese. Già dal trailer, si origina un iniziale senso di straniamento che resterà con lo spettatore durante tutto il film. A differenza di molti trailer moderni, basati sull’eccessiva anticipazione di tutti gli snodi narrativi principali, da esso si evince soltanto che il film avrà un tono da commedia e che la trama si basa su una premessa fantascientifica, peraltro già utilizzata con lo stesso scopo in commedie Hollywoodiane classiche come Tesoro, mi si Sono Ristretti i Ragazzi di Joe Johnston, o nel più recente Ant-Man targato Marvel Studios. Eppure, questa assenza di una più ampia esplorazione della storia ci lascia pieni di domande, come se il tutto fosse un gioco di prestigio atto a distrarci da quale che sia la sostanza della narrazione. E, di fatto, così è.

La storia inizia con Paul e Audrey Safranek, rispettivamente un fantastico Matt Damon e una Kristen Wiig in ottima forma, lui medico frustrato che fa il chiropratico come ripiego e lei moglie e figlia devota ma timorosa di ogni nuovo passo. I due sono una classica coppia americana fra i 30 e i 40 che sembrano in cerca di una svolta nella loro vita monotona e piena di tipici problemi finanziari da ceto medio. Tutto questo farebbe pensare alla classica dark comedy di famiglia, uno di quei film in cui dei coniugi riceve un’offerta di lavoro da sogno. La coppia si trasferirà in una comunità apparentemente perfetta, per poi scoprirne passo passo il suo lato oscuro, ed emergere finalmente più uniti come famiglia (una formula nata con la pellicola Stepford’s Wives). Se non fosse che prima dell’inizio narrativo vero e proprio, il film apre con un prologo di stampo fantascientifico-sociale.

Il Dr. Jorgen Asbjørnsen ha scoperto il segreto per rimpicciolire materiale organico e propone di miniaturizzare progressivamente l’intera popolazione mondiale per porre fine all’inquinamento da rifiuti e salvare il pianeta. La prima inaspettata svolta è proprio questa: la collisione di questi due generi narrativi. Uno sociale, globale e fantascientifico, e l’altro basato su commedia e famiglia. Quindi, sì, Paul e Audrey decidono davvero di trasferirsi in una classica comunità perfetta, ma tale comunità è una versione miniaturizzata di una città, abitata da “coloni” volontari alti sei centimetri. L’esca è il fatto che le persone miniaturizzate richiedono pochissimo cibo e spese per mantenersi, e possono quindi vivere da re, in case lussuosissime, senza dover neanche lavorare su base giornaliera.

Senza dilungarci troppo, ecco qui un altro punto interessante. Paul e Audrey sembrano entusiasti all’idea della miniaturizzazione. Ma appena appare sullo schermo la spudorata propaganda a favore della miniaturizzazione (capitanata da uno strabiliante Neil Patrick Harris, con un cammeo a sorpresa di Laura Dern), e non appena i dottori accennano che la miniaturizzazione è irreversibile, lo spettatore mangia la foglia ed inizia ad aspettarsi svolte inquietanti tipiche delle dark comedy. Di base, questa supposizione si conferma essere giusta. Ma il risultato va ben al di là di ogni aspettativa.

Prima di tutto, la scoperta del lato oscuro della classica comunità perfetta, avviene di solito lentamente tramite un processo di investigazione che unisce la famiglia contro il resto del mondo. Invece, Payne rovescia la formula. Non appena Paul si sottopone al processo di miniaturizzazione, il regista/scrittore ci bombarda di immagini profondamente disturbanti, servite però con un condimento musicale dai toni leggiadri e da commedia. Paul viene rasato completamente, sopracciglia comprese, gli vengono tolti tutti i denti. Il sangue cola sul bianco del tavolo operatorio, metafora dell’orrore celato dietro la premessa da sogno. Infine, i soggetti vengono infilati in quello che ha tutta l’aria di essere un gigantesco forno a microonde per umani. Il punto è che lo spettatore non è incuriosito da un possibile lato oscuro, viceversa l’orrore e il disagio, celati al protagonista, ci attanagliano le viscere sin dall’inizio del viaggio. Non solo tale profondo senso disagio è destinato ad aumentare e a variegarsi di mille diverse forme e colori, ma continuerà a convivere con un senso di surreale ironia. Ma attenzione, neanche il lato da commedia familiare se ne resterà invariato.

Non solo Downsizing non è affatto la commedia classica (seppur un po’ dark) che appariva essere, ma non è neanche una commedia familiare. Il film tradisce anche queste premesse nel momento in cui Paul si sveglia ormai miniaturizzato. Sua moglie Audrey ha avuto un attacco di fifa dell’ultimo minuto e si è tirata indietro, abbandonandolo solo in un mondo miniaturizzato per il resto della sua vita. La cosa geniale a questo proposito è la scelta di un’attrice famosa per la parte di Audrey. Non appena vediamo l’innegabile chimica fra le due star Matt Damon e Kristen Wiig, ci appare ovvio che il film e la storia sia stato costruito sulla base di questa chimica, che sia in altre parole, la storia di una coppia. Anche perché ci sono ben poche star di alto livello disposte a firmare un contratto per poi sparire dal film dopo venti minuti. Eppure, ecco che ci troviamo isolati nella comunità miniaturizzata con uno sconsolato e divorziato Matt Damon.

Visto che il passaggio da commedia ad un genere ben più complesso è ormai avvenuto con lo shock dell’abbandono, sarebbe facile per il regista optare per un registro meramente drammatico. Ma Payne sorprende ancora una volta. Infatti, Downsizing si spinge sempre più in basso nel dramma e sempre più in alto con le inaspettate vette di commedia. Ad esempio, troviamo Paul completamente isolato nella comunità miniaturizzata. Nella scena più disturbante, lo vediamo a cena con una donna dalla personalità completamente inesistente. Al termine della cena, i due si scambiano un bacio così forzato e privo di chimica che la reazione istintiva del pubblico in sala è quasi di disagio fisico. Il dramma è totale, Paul è un uomo finito intrappolato per sempre in una vita non sua. Ed ecco che, sullo sfondo, vediamo un gigantesco bocciolo di rosa, lì a ricordarci che Paul vive in un mondo in miniatura. Il dramma in primo piano stride così tanto con l’assurda ironia dello sfondo che siamo, prima, portati a ridere e poi nuovamente a disperarci. In una parola, l’assurdità della situazione di Paul fa il giro completo più e più volte, facendoci passare da dramma a commedia e nuovamente a dramma.

Questa nota visiva emerge puntualmente non appena abbassiamo la guardia. Ad esempio, Paul guida la sua auto tra i prati soleggiati e di colpo passa davanti alle mura (per lui) immense che separano la comunità dal resto del mondo, oppure l’acqua viene versata da un piccolo rubinetto applicato sul tappo di una bottiglietta da mezzo litro grande quanto un camion. L’astuzia di questi elementi visivi disturbanti è proprio questa. Se il mondo in miniatura ne fosse pervaso, la cosa annoierebbe rapidamente. Invece, la scenografia, sia materiale che digitale, è costituita da uno strato superficiale di normalità idilliaca, dal quale emergono a sorpresa elementi che stonano. Come sempre da prima, quegli elementi sempre nuovi ci stupiscono, poi ci divertono, infine ci disturbano e ci intrappolano in uno scenario da incubo surrealista.

Ma passiamo infine all’ultimo scioccante elemento narrativo, l’inconsueta struttura episodica. Il film ironizza spesso sulla sua imprevedibilità. Paul stesso afferma, “Se cinque anni fa, qualcuno mi avesse detto che un giorno mi sarei ritrovato ad essere alto sei centimetri, a navigare su un lago in Nord Europa, e a discutere col Dr. Jorgen Asbjørnsen della fine del mondo, gli avrei risposto ‘tu sei tutto matto.” Infatti, il film non si ferma alla prima destrutturazione. Da quel punto in poi, la trama svolta più volte togliendoci ogni appiglio sulle possibili risoluzioni. Paul incontra un eccentrico vicino europeo (Christoph Waltz), poi una prigioniera politica vietnamita con una gamba artificiale di nome Gong. Prima, Paul segue quest’ultima nella parte disagiata della comunità in miniatura, una satirica versione del Messico oltre il muro che Trump sogna di creare. Lì aiuta molte persone che sono state ridotte alla povertà assoluta da beghe burocratiche legate al processo di miniaturizzazione. Subito dopo, il suo vicino li porta tutti con lui in un viaggio in Europa nella prima comunità in miniatura. Lì scoprono dal Dr. Asbjørnsen che la fine dell’umanità è alle porte per via di un cataclisma imminente. A quel punto, Paul deve decidere se seguire il Dottore e la sua comunità in una caverna che fungerà da Arca di Noè, oppure restare in superficie con Gong, della quale sembra essersi infatuato.

Come Alexander Payne stesso ha affermato alla conferenza dopo la proiezione, c’è abbastanza materiale per una miniserie televisiva, un’opzione che stavano infatti considerando come alternativa. Il fatto è che il cinema Hollywoodiano ci ha per decenni disabituato a tali sconvolgimenti. Certo, queste montagne russe narrative possono risultare piacevolmente rinfrescanti per il pubblico, ma anche disorientanti. Alla mia domanda su come abbia trovato il coraggio di affidarsi a una tale struttura, Payne ha commentato: “È una buona domanda, ma non ne ho idea. Ho semplicemente sperato che funzionasse e confidato nel fatto che il personaggio di Paul ci sarebbe servito come ancora per attraversare tutti questi diversi mondi.”

L’eccessiva umiltà di questa riposta cela in realtà una grandiosa sapienza narrativa. Perché, come in un brillante gioco di prestigio, alla fine del film abbiamo come l’impressione di aver guardato dalla parte sbagliata mentre la vera magia avveniva sotto il nostro naso. Ci siamo fatti distrarre dalla straordinarietà del mondo creato da Payne, dalla comunità in miniatura, dalle svolte socio-politiche e ambientaliste, pensando che lo scopo della storia fosse esplorare la natura di quest’ultime. Quando invece il vero centro del film era Paul stesso. Tutti i rapidi e alienanti mutamenti del film funzionano perché essi non sono il vero fine. All’inizio ci distraggono e affascinano, finché non ci portano all’ennesimo vicolo cieco e ci obbligano a spostare di nuovo la nostra attenzione su Paul. Ironicamente, questo è la stessa cosa che succede a Paul nel corso del film. Tutte le sue scelte sono derivate da un desiderio di straordinarietà, un ingannevole sogno americano di uscire dalla condizione di insignificante uomo medio, di cui la miniaturizzazione è la metafora. Ogni volta che può entrare a far parte di un élite, Paul ci si lancia a capofitto senza mai chiedersi chi lui sia davvero. Solo Gong, impressionata dalle sue doti di dottore, lo esorta a non unirsi alla comunità nell’arca solo per sentirsi importante. “Io so chi sei. Tu sei Paul Safranek, sei un brav’uomo!”.

Ed ecco spiegata la struttura del film. Il viaggio di Paul altro non è che un’odissea, un viaggio di Gulliver tra giganti e lillipuzziani. Il film è in effetti una matriosca di episodi quasi scollegati, dove il genere, il tono e i possibili finali mutano di continuo, ma con uno scopo ben preciso. La commedia si fa dramma, poi satira sociale, poi riflessione surrealista, poi tragedia esistenziale, poi film apocalittico, poi di nuovo commedia, e infine puro melodramma al maschile sulla scoperta di se stessi.

A sugellare questa intenzione, c’è un piccolo segreto che Alexander Payne ha condiviso con noi durante l’intervista. Il film aveva originariamente un prologo poi tagliato per motivi di eccessiva durata complessiva. Tale prologo era un anziano dall’aria da patriarca biblico, il quale raccontava la storia ai bambini della comunità sopravvissuta al cataclisma dentro l’arca-grotta di Asbjørnsen. L’anziano inizia spiegando che un tempo il mondo era popolato da giganti sempre avidi che finirono per distruggere il mondo nel tentativo di mangiarselo tutto. Poi continua dicendo, però, che questa non è la storia della fine del vecchio mondo, ma di Paul Safrenek, “un gigante diverso dagli altri”. Certo, questo prologo dona a film chiarezza di intenti. Ma è in realtà un bene che esso sia stato tagliato. Perché la sua assenza ci permette di vivere la vicenda al livello di Paul, senza mai, scusate il gioco di parole, guardarlo dall’alto in basso. Noi scopriamo noi stessi insieme a lui, e siamo portati a domandarci perché facciamo quello che facciamo, perché inseguiamo dei sogni artificiali creati per noi da qualcun altro e chi siamo veramente.

Nell’immagine finale vediamo Paul che porta la cena a un povero vecchio su una sedia a rotelle nella zona disagiata della comunità. Il mondo finirà a breve, ma Paul ha deciso per una volta di smettere di elevarsi, di restare e fare quello che sa fare meglio: prendersi cura dei “piccoli”, anziché unirsi ai “grandi.” Ed ecco il sottile ma magnifico tema conclusivo della pellicola di Payne. La chiave della nostra identità non sta nella nostra grandezza, ma nella nostra onestà verso noi stessi e il nostro vero scopo, anche quando esso si riduce a un gesto così piccolo e apparentemente insignificante come portare una minuscola quantità di cibo a una persona minuscola sotto la pioggia di un mondo morente.





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